ICONOGRAMMI

RvB ARTS inaugura a Roma ICONOGRAMMI, dipinti alfabeti, la mostra personale di Massimo Pulini. Vernissage e cocktail: giovedì 7 e venerdì 8 marzo 2019, dalle 18.00 alle 22.00, in Via delle Zoccolette 28, a Roma. La mostra resterà aperta fino a martedì 16 aprile; orari: 11:00-13:30 e 16:00-19:30; domenica e lunedì chiuso

 

LEGGI LA RECENSIONE DELLA MOSTRA
SUL QUOTIDIANO
IL TEMPO
del 9 marzo 2019

Immagine formato jpg ingrandibile contenente Recensione della Mostra Iconogrammi di Massimo Pulini alla Galleria RvB Arts pubblicata sul quotidiano Il Tempo il 9 marzo 2019

 

Video RvB Arts della personale 2019
di Massimo Pulini presso la gelleria romana.
Fotografie di Pierluigi Di Pietro;
video realizzato da Zsófia Hajnal Goda.

 
 

RvB ARTS inaugura a Roma in Via delle Zoccolette

ICONOGRAMMI

dipinti alfabeti

la mostra personale di

MASSIMO PULINI


VERNISSAGE e COCKTAIL
giovedì 7 e venerdì 8 marzo
dalle 18.00 alle 22.00
Via delle Zoccolette 28, Roma

La mostra resterà aperta fino a
martedì 16 aprile

orari: 11:00-13:30 e 16:00-19:30;
domenica e lunedì chiuso

Curatrice e organizzazione:
Michele von Büren di RvB Arts

Ufficio stampa:
Caterina FalomoPennarossa PressLab

Testo critico:
Luisa Grigoletto

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COMUNICATO STAMPA

RvB Arts è lieta di presentare ICONOGRAMMI, dipinti alfabeti, la mostra personale dell’artista e storico dell’arte MASSIMO PULINI.

Nelle ultime opere, recentemente esposte anche al Museo Diocesano di Massa, Pulini fa omaggio al potere misterioso e dinamico delle parole e delle immagini quali fattori fondativi nella vita dell’autore. Utilizzando lastre di vetro e di plexiglass, l’artista ha condotto un primo ciclo di 105 opere dipingendo quattro alfabeti – latino, greco, ebraico e arabo, “le colonne del mondo nel quale sono nato e vissuto”, come lui stesso ci dice.

Le raffigurazioni di base corrispondono ai grandi generi della storia pittorica, sono ritratti, nudi, nature morte e paesaggi, un repertorio che Pulini ha frequentato anche nella sua lunga esperienza di storico dell’arte, che lo ha fatto divenire specialista dell’epoca barocca. Le lettere si fondono con i soggetti rappresentati, creando un insieme inedito. L’accostamento di queste due dimensioni, immagine e parola, apporta un nuovo significato e apre a ulteriori narrazioni.

“I caratteri alfabetici – spiega l’artista – sono i simboli di una chimica del linguaggio, che legano i fonemi alle persone, i nomi alle cose. Una lettera è come una figura in posa, può contenere già tutta la parola, l’azione; un intero racconto, prima ancora di averlo letto.”

Massimo Pulini (Cesena, 1958) è titolare della Cattedra di Pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna. Da più di tre decenni svolge un’intensa attività artistica, che lo ha portato ad allestire mostre personali in musei italiani, francesi, inglesi e spagnoli. Nel 2000, invitato da Maurizio Calvesi, ha allestito una propria installazione nella mostra Novecento alle Scuderie del Quirinale.

La carriera artistica di Pulini inizia nei primi anni Ottanta quando prende parte a mostre curate da critici come Calvesi, Italo Tomassoni e Italo Mussa che sono all’origine di gruppi variamente definiti coma Anacronisti, Ipermanieristi o Pittura Colta. Abilità pittoriche di stampo tradizionale e attenzioni alla storia dell’arte creano un mix che ha un forte appeal in un mondo critico e artistico che sta riscoprendo mezzi espressivi ormai abbandonati e si sta incanalando verso un ritorno alla figurazione. La sua ricerca personale ha varie stagioni e si distingue anche per l’utilizzo di numerosi mezzi espressivi, ma costanti rimangono i suoi interessi nei confronti della storia della pittura e della memoria.

Numerose sono le sue partecipazioni a mostre collettive e tra quelle personali si segnalano quelle a Villa Adriana di Tivoli (1997), al Palazzo della Pilotta di Parma (1999), alla Galleria di Arte Moderna e Contemporanea del Comune di San Gimignano (2003), le antologiche della Saline Royale di Besançon (1997) e all’Istituto Italiano di Cultura a Londra (2006). Tra i lavori di maggiore impegno dimensionale si citano la decorazione della volta di una delle stanze degli appartamenti papali in Vaticano (2002) e il velario del Teatro Bonci di Cesena.

In qualità di storico, Pulini ha redatto numerosi saggi sulla pittura italiana del XVI e XVII secolo e curato varie esposizioni museali come le monografiche di Guercino (Milano, Palazzo Reale, 2003-2004; Londra, Dulwick Gallery, 2005) e del Sassoferrato (Cesena 2009). A lui si devono importanti scoperte e nuove attribuzioni che hanno arricchito il corpus delle opere di artisti quali Lorenzo Lotto, Annibale e Ludovico Carracci, Caravaggio, Guercino, Alessandro Turchi, Guido Reni, Simone Cantarini, Guido Cagnacci e numerosi altri. Per la casa editrice Medusa ha pubblicato quattro libri, riuniti nella raccolta La coperta del tempo (2008) e il monologo teatrale Caravaggio, nero fumo (2010). Con le edizioni Carta Canta ha pubblicato due romanzi: Gli inestimabili e Mal’occhio dedicato alla prima stagione artistica di Guercino.

Hanno scritto testi critici su Massimo Pulini: Mariano Apa; Adriano Baccilieri; Paolo Balmas; Rossana Bossaglia; Maurizio Calvesi; Luciano Caprile; Maurizio Cecchetti; Claudia Collina; Rosita Copioli; Roberto Daolio; Andrea Emiliani; Lucia Fornari Schianchi; Franco Solmi; Sabrina Foschini; Eleonora Frattarolo; Giuseppe Gatt; Sergio Guarino; Domenico Guzzi; Sir Denis Mahon; Gianluca Marziani; Gabriello Milantoni; Italo Mussa; Giancarlo Papi; Paolo Portoghesi; Concetto Pozzati; Carlo Ragghianti; Eugenio Riccomini; Lorella Scacco; Claudio Spadoni; Carlo Federico Teodoro; Italo Tomassoni; Marisa Vescovo; Marco Vallora; Claudia Zanfi.

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ICONOGRAMMI dipinti alfabeti
ARTIST’S STATEMENT

Non sappiamo di quanta memoria disponga il nostro cervello, quale capienza possa reggere e quale siano i limiti del ricordare, ma sono convinto, almeno per quel che mi riguarda, che la maggior parte di quell’archivio, sensoriale e razionale, sia occupata da immagini e da parole, dalle tracce prodotte dal senso che ho certamente più usato nella mia vita e da un lascito di pensieri e libri, di letture e discorsi ascoltati, raccolti.

Dunque da una parte concetti depositati in forma idiomatica e dall’altra percetti fissati in immagini o in visioni cinetiche. Sempre che di parti diverse si tratti, come fossero stanze separate di conviventi. Il nostro corpo sarà anche costituito per più della metà di acqua, ma i liquidi amniotici della mia persona sono composti soprattutto da immagini e parole.

Tutto questo impasto tra verbo e visione, tra la vita e l’arte, ha qualcosa a che vedere con la sintesi coniata da Quinto Orazio Flacco: Ut pictura poesis. Soprattutto quando approfondisce quel parallelismo sostenendo vi siano poesie che vengono comprese meglio se viste da lontano come un grande quadro, mentre altre andrebbero osservate da una postazione prossima, quasi interna. Così anche nel campo della pittura vi sono immagini immediatamente accessibili, limpide, mentre altre sono destinate a rilasciare enigmi simili a certi passaggi poetici, a certi scorci della vita.

Al concetto di giusta distanza ho più volte cercato di anteporre una giusta vicinanza nelle esperienze esistenziali, convinto che tutto il vissuto sia un’opera, sia l’opera.

Sono tornato di recente a frequentare il mio primo mondo di stili, che negli ultimi anni avevo conservato ma messo da parte, come una valigia di ricordi nel ripostiglio. Ho provato a declinare quelle forme, quei gesti alla lingua, alle parole usate e sono nati degli alfabeti quasi in modo spontaneo. Dopo averne portato a compimento uno, quello d’uso, mi sono rivolto a idiomi e caratteri differenti, misteriosi dalla mia postazione. Dal Latino sono passato al Greco, poi all’Ebraico e all’Arabo, le quattro colonne alfabetiche che sostengono la parte di mondo in cui sono nato e vissuto.

Alla stessa maniera ho visto nei generi pittorici, del nudo, del ritratto, del paesaggio o della natura morta, una sintesi del nostro repertorio visivo. Le radici grammaticali della visione.

I gesti abituali della pittura sono divenuti lettere, eloquenti e mute, come una luce mossa nel buio, che lascia una scia sfumata, da cometa, dove i caratteri alfabetici diventano i simboli di una chimica del linguaggio, che lega insieme pensieri e persone. Allora una lettera si trasforma in una figura in posa e può contenere già tutta la parola, l’azione; un intero racconto, prima ancora di averlo letto.  Così come le immagini di un volto o di un corpo hanno talvolta il potere di evocare una vita intera.

Accostate insieme, queste complessità condensate, queste cellule di senso, assumono la forma di un enigma, quasi di un rebus da due soldi, costruito per gioco.

Massimo Pulini

* alla memoria di Gilles Deleuze e al suo alfabeto<

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ICONOGRAMMI dipinti alfabeti

Il rapporto tra immagine e parola ha origini profonde e il loro intrecciarsi si dipana attraverso tutta la storia dell’arte, dalle incisioni su antichi vasi greci, all’iscrizione dialogica nella basilica di San Clemente a Roma, fino ai codici miniati medievali – dove il capolettera include dettagliatissime scene – passando per il Rinascimento (Lorenzo Lotto e Giorgione, solo per citare due nomi). Con le avanguardie del XX secolo (dal futurismo al cubismo, dal dada al surrealismo) si assiste al disfacimento della forma e contemporaneamente ad una vera e propria invasione di lettere e simboli su tele e scritti, fino alla radicale messa in discussione dell’equilibrio tra intervento artistico e testo con il postmodernismo, inizialmente con la Pop Art, ma soprattutto con il concettualismo, e il minimalismo.

Le opere di Massimo Pulini (Cesena, 1958) si inseriscono quindi all’interno di un percorso molto strutturato e articolato, con riferimenti ben precisi. Il suo fare artistico si sviluppa secondo due direttrici: da una parte, Pulini, che è anche storico dell’arte, individua quattro generi fondamentali alla base dell’arte occidentale italiana – il ritratto, il nudo, il paesaggio, e la natura morta. Dall’altra, la stessa pratica pittorica, nella sua naturale evoluzione, lo porta ad esplorare le potenzialità espressive iscritte nel segno: le striature che rigano e storpiano i volti dipinti si tramutano in lettere, come se fossero il risultato di un atto voluto dal soggetto ritratto stesso.

Le lettere che appaiono su ogni lastra (di vetro quelle più piccole, e plexiglas le grandi) appartengono ad alfabeti diversi, quali quello greco, latino, ebraico, arabo, cirillico e aramaico: una sorta di babele letteraria su cui si articolano la storia e la cultura del nostro paese. Nell’esplicitare la similitudine tra immagine e parola, tramite la sovrapposizione delle due, Pulini si colloca nel solco della tradizione oraziana di “ut pictura poesis”, sottolineando il potere di entrambi di evocare storie e creare universi, ciascuno con un proprio metro e misura (e a questo proposito si vedano anche ad esempio gli “alfabetrieri” Bruno Munari, Gilles Deleuze e Luigi Serafini). In questa sintesi di storia e pittura, i generi artistici e i grafemi diventano le colonne portanti dello sviluppo cognitivo dell’individuo e del sapere occidentale: le stesse lettere – i tasselli che formano le parole del discorso che ci permettono di spiegare il visibile – hanno un’origine ideografica e come immagini possono essere interpretate, in quanto segni. Nella loro essenza, rappresentano l’articolazione grammaticale della visione.

La scarna gamma cromatica impiegata – velature e striature di bianco e rosso su un fondo scuro a coprire la trasparenza del materiale di supporto – assieme agli echi iconografici di opere del passato, contribuiscono a dare l’impressione di trovarsi di fronte ad un archivio per addetti ai lavori: una sorta di atlante della memoria delle forme archetipiche in bianco e nero, lo strumento principe per gli storici dell’arte per lo studio iconografico. Nell’eterno ritorno dell’immagine che diventa parola e della parola che, a sua volta, cerca di spiegare e dare un senso all’immagine, si racchiudono la sfida e il paradosso della cultura.

Luisa Grigoletto

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