2019

Composizioni da Scomposizioni

Friday, April 12th, 2019

RvB Arts inaugura Composizioni da Scomposizioni, la personale di Luca Zarattini curata dal noto costituzionalista Michele Ainis e Michele von Buren. Vernissage e cocktail martedì 16 e mercoledì 17 aprile 2019, dalle 18 alle 22. In via delle Zoccolette 28 e Via Giulia 193, a Roma. La mostra rimarrà aperta fino a martedì 14 maggio 2019. Orario galleria: 11-13:30 e 16-19:30;domenica e lunedì chiuso. In collaborazione con l'Antiquariato Valligiano.

 

 

RvB Arts è lieta di presentare

composizioni da scomposizioni

la mostra personale di

LUCA ZARATTINI

VERNISSAGE e COCKTAIL
MARTEDI’ 16 APRILE 2019
MERCOLEDI’ 17 APRILE 2019
dalle 18 alle 22

Via delle Zoccolette 28 e
Via Giulia 193, Roma

La mostra resterà aperta fino a
martedì 14 maggio 2019
orari:
11:00-13:30 e 16:00-19:30;
domenica e lunedì chiuso

Curatori:
Michele Ainis e
Michele von Büren di RvB Arts
Testo critico: Michele Ainis

Ufficio stampa:
Caterina Falomo – Pennarossa PressLab

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A osservare le sue opere, ti sembra di guardare attraverso il finestrino d’un treno in corsa sui binari – un caleidoscopio di paesaggi ora più vicini ora più lontani, e mai del tutto a fuoco. Oppure, quando l’immagine parrebbe fissarsi in un punto esatto della tela, scopri che sotto la vista in primo piano c’è pure un’altra vista, e dopo un’altra e un’altra ancora. È il suo modo di rappresentare il mondo, la sua cifra d’artista: per Zarattini ogni composizione è una scomposizione.

Michele Ainis

 

RvB Arts è lieta di presentare COMPOSIZIONI DA SCOMPOSIZIONI, la mostra personale di LUCA ZARATTINI.

Le ultime opere di Luca Zarattini evidenziano in modo particolare il processo con cui sono state eseguite, indipendentemente dalle sembianze che hanno assunto nel loro divenire. L’aspetto finale appare quasi come un “accidente”, o una scoperta in fieri, frutto di una visione dove si mescolano il caso e il caos – dalla loro armoniosa articolazione e gestione scaturiscono forme compiute e riconoscibili; in una parola, l’ordine. Ma ciò che avviene prima di questa rivelazione è altrettanto importante e consiste nel riutilizzare le proprie opere, dando loro una nuova veste: dalla frammentazione (letterale) e reinterpretazione del proprio passato emergono originali composizioni, fatte di strati di carte dipinte, strappate e incollate. Lentamente, una forma inaspettata si assembla per addizione, tra echi pasoliniani e omaggi a figure chiave dell’arte del Novecento, come Van Gogh. Un nuovo mondo prende vita dalla riorganizzazione della materia.

Luca Zarattini è nato a Codigoro (Ferrara) nel 1984 e si è diplomato all’Accademia di Belle Arti di Bologna. Unendo lo studio di soggetti tradizionali con la ricerca sui materiali e sulle tecniche, i suoi dipinti vivono di una consistenza ricca e densa che dispone anche un intrigante dialogo tra presente e passato. Nonostante la giovane età, Zarattini ha tenuto esposizioni personali che lo hanno portato all’attenzione della critica e alla partecipazione ad importanti rassegne, con l’aggiudicazione di prestigiosi premi (Premio Niccolini 2016, Basilio Cascella 2011, Zingarelli 2010, e del Concorso 150° dell’Unità indetto dalla Prefettura di Ferrara e dall’Istituto di Storia Contemporanea).

Creata da Michele von Büren, RvB Arts promuove l’Accessible Art. Scova talenti emergenti e organizza mostre ed eventi con lo scopo di far conoscere l’arte contemporanea in maniera divertente ed informale, rendendola anche ‘abbordabile’ da un punto di vista economico.

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composizioni da scomposizioni

Composizione, componimento, compimento: nell’atto del comporre s’esprime un’esigenza d’ordine, e al contempo una ricerca di senso, di un’idea del mondo che sia per l’appunto compiuta. Quando fissi su una pagina o una tela o uno spartito musicale il moto incessante delle cose, è come se scoccassi una freccia verso il cielo, fermandola su un punto qualsiasi della sua traiettoria, scattandone per così dire un’istantanea, una fotografia. Là fuori, però, la vita corre, le immagini si sovrappongono e si sfaldano a vicenda, sicché la rappresentazione dell’artista è sempre parziale, è sempre infedele suo malgrado. Anzi: quanto più l’artista riesca a comporne un quadro perfettamente definito, tanto più la sua composizione suona falsa, perché l’esperienza del nostro vissuto è viceversa indefinita, perché il farsi delle cose consiste essenzialmente in un disfarsi.

Luca Zarattini, invece, procede in senso opposto. Non gli interessa la meta, bensì piuttosto il viaggio, il movimento, il divenire. A osservare le sue opere, ti sembra di guardare attraverso il finestrino d’un treno in corsa sui binari – un caleidoscopio di paesaggi ora più vicini ora più lontani, e mai del tutto a fuoco. Oppure, quando l’immagine parrebbe fissarsi in un punto esatto della tela, scopri che sotto la vista in primo piano c’è pure un’altra vista, e dopo un’altra e un’altra ancora. È il suo modo di rappresentare il mondo, la sua cifra d’artista: per Zarattini ogni composizione è una scomposizione. Ne è prova la serie di dipinti (e di sculture) ospitati nella mostra romana presso la galleria RvB Arts di Michele von Büren, il cui titolo assume perciò un valore programmatico: Composizioni da scomposizioni. Ma lui lavorava così pure in passato, quando utilizzava plastiche o lamiere arrugginite, quando abbozzava corpi o mani o volti dai lineamenti rosicchiati, quando disegnava geografie di luoghi informi, di città annegate, d’interni maculati e a tratti cancellati, come un antico mosaico corroso per metà dal tempo.

Ecco, il tempo. È il protagonista silenzioso dell’opera di Luca Zarattini, da cui s’affaccia sempre l’ineffabile, ciò che non si può dire, che non si può mai raccontare. Lui invece lo racconta scrivendo una pagina fitta di cancellature: non un testo lindo, pulito, immacolato, non una composizione finita e definita, ma il farsi del testo come della vita, con le sue trasformazioni, con le sue deformazioni. Sicché ti torna in mente La metamorfosi di Kafka, storia d’un commesso viaggiatore che un mattino, svegliandosi, scopre con orrore d’essere diventato un grosso scarafaggio. Oppure il ballo in maschera descritto da Proust nell’ultimo volume della Recherche, quando i personaggi si ritrovano in un matinée dai principi di Guermantes, dopo la Grande Guerra, e ad uno è cresciuto il doppio mento, all’altra un paio di gote vizze e rinsecchite, ed è esattamente questa la maschera che giorno dopo giorno ci mettiamo addosso, è lo scavo del tempo sui nostri lineamenti, sui nostri stessi sentimenti.

Sono maschere quelle che traspaiono, in un angolo o in uno squarcio della tela, nelle figurazioni di Luca Zarattini? Laggiù ti sembra di riconoscere il viso d’un fanciullo; quell’altro quadro, in alto, mostra un omino chino sul dorso, come se nuotasse; o altrimenti t’appare una zampa di cavallo, però staccata dal suo corpo; o una testa di donna, che riconosci soltanto dalla capigliatura; o una foglia, un uccello, un vaso, senza alcun nesso apparente con il disegno complessivo. Succede perché l’ordito procede per frammenti, per sottrazioni, per lacune. Perché si divide in parti e in piani. Perché si sminuzza, si moltiplica come una scacchiera. Perché qua e là subisce piccole abrasioni, tal quali l’erosione del tempo sulle cose. Perché infine accumula strati successivi, attraverso la tecnica del collage.

È un’arte nobile, sperimentata da Picasso nel primo Novecento, poi da Braque, Ernst, Heartfield, Matisse, da molti altri ancora. D’altronde nell’arte, come nella cultura in genere, non c’è mai nulla che sia del tutto nuovo: siamo tutti nani sulle spalle dei giganti. Ciascuno, tuttavia, v’aggiunge un elemento, una variante, un’interpretazione. E quest’ultima diventa atto creativo, sempre che l’artista non si limiti a riprodurre stancamente le creazioni altrui, giacché allora non sarà propriamente un artista, semmai un falsario, nel migliore dei casi un artigiano. Ogni poeta forte – diceva Harold Bloom (La kabbalà e la tradizione critica, 1975) – non può che muovere dalla tradizione poetica precedente, però per travisarla, per trasformare il reading in misreading. Fa altrettanto Zarattini, con i suoi mezzi espressivi. Collage, alla lettera, significa «incollaggio». Lui invece usa questa tecnica per scollare, per decostruire, per scomporre. Con ciò, forse, rivelando l’autentica sostanza delle cose.

Michele Ainis

KORAI

Monday, March 18th, 2019

L'Associazione Culturale Tonino Guerra presenta KORAI, Incipit Memoria, la mostra personale di Alessio Deli. Con il patrocinio di Città Metropolitana di Roma Capitale. A Palazzo Valentini, Sala della Pace, in Via IV Novembre 119/A, a Roma. Vernissage giovedì 21 marzo, dalle ore 16 alle 20. Curatrice e Organizzatrice: Michele von Büren di RvB Arts.

 

 

L’Associazione Culturale Tonino Guerra presenta

KORAI

incipit memoria

la mostra personale di

ALESSIO DELI

con il patrocinio della
Città metropolitana di Roma Capitale

Stemma_Città Metropolitana di Roma Capitale

PALAZZO VALENTINI
Sala della Pace

Via IV Novembre 119/A, Roma

VERNISSAGE
GIOVEDI’ 21 MARZO 2019

dalle ore 16 alle ore 20

La mostra resterà aperta fino a
mercoledì 3 aprile 2019
orari 10:00 – 19:00
Ingresso gratuito

Catalogo in mostra a cura della Tored srl
con un contributo di Carmelo Occhipinti.
Presentazioni di Michele von Büren e Renato Mammucari

Curatrice della mostra e organizzazione
Michele von Büren | gallerista di RvB Arts, Roma

Ufficio stampa Caterina Falomo | [email protected]
info +39 335 1633518 | [email protected] | [email protected]

E con il gentile contributo di:
Colle Picchioni
DMG & Partners
Edizioni Tored
Fondazione Luigi Tronci
MG Research
RvB Arts
SCA (Société de Conception Acoustique)

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KORAI
Incipit Memoria

Palazzo Valentini ospiterà da giovedì 21 marzo 2019 la mostra personale di ALESSIO DELI, KORAI Incipit Memoria, un’iniziativa promossa dall’Associazione Culturale Tonino Guerra e patrocinata dalla Città metropolitana di Roma Capitale.

Dalle 16:00 alle 20:00 sarà possibile partecipare al Vernissage di presentazione, e la mostra sarà visitabile dalle 10:00 alle 19:00 fino al 3 aprile con ingresso gratuito.

Le Korai sono le ultime sculture di Alessio Deli, frutto di due intensi anni di lavoro dell’artista, che vengono presentate per la prima volta al pubblico nella mostra di Palazzo Valentini.

Le Korai, singolare kore (κόρη – ragazza, plur. κόραι), sono il corrispondente femminile dei kouroi, spesso rappresentate come giovani donne che abbiano appena superato la fase della fanciullezza. Il termine kore venne utilizzato in seguito al ritrovamento di numerose statue votive femminili sull’acropoli di Atene; sono statue femminili stanti di epoca arcaica rappresentate nell’atto di porgere un’offerta, probabilmente un frutto di melagrana, per il suo significato di abbondanza e prosperità. Deli si appropria di questo antico e salvifico messaggio per reinterpretarlo nella sua visione di artista contemporaneo attraverso segni, fratture, corrosioni, ossidazioni e lacerazioni di un tempo che scorre inesorabile verso un’umanità distratta e ferita.

L’artista è conosciuto per le sue sculture realizzate mediante l’assemblaggio e la modellazione di materiali riciclati. Il suo stile scultoreo ha profonde radici nella tradizione classica. Questo rapporto tra contemporaneo e classico si è basato negli anni attraverso il recupero di materiali abbandonati e di riciclo, mentre, in quest’ultima produzione artistica, in particolare per la realizzazione delle Korai, lo scultore mette in scena un recupero della memoria e delle identità storiche legate alla tradizione plastica italiana.

Alessio Deli è nato a Marino, in provincia di Roma, nel 1981. Dopo gli studi all’Istituto d’Arte di Marino si è diplomato all’Accademia di Belle Arti di Carrara dove si è specializzato in scultura. Successivamente si abilita all’insegnamento delle Discipline Plastiche presso l’Accademia di Belle Arti a Roma.

Le opere di Deli sono state esposte in prestigiose sedi istituzionali e importanti gallerie d’arte contemporanea in Italia. In particolare sono collocate in collezioni come la Basilica di Santa Maria in Aracoeli, Roma; il Museo MacS, Catania; la Raccolta Civica d’Arte Contemporanea di Palazzo Simoni Fè, Bienno, Brescia; il Museo Roberto Bilotti Ruggi d’Aragona di Rende, Cosenza; la Galleria Nazionale della Calabria, Cosenza; il Palazzo Municipale San Quirico d’Orcia, Siena; la Sede Generale TV2000, Roma; l’Antico Collegio Martino Filetico, Città di Ferentino; l’Università degli Studi “La Sapienza” Roma; la Nuova Chiesa S. Pietro Apostolo, Cosenza; il Chiostro S.Bonaventura al Palatino Roma ed il Parco Porporati, Torino.

ICONOGRAMMI

Wednesday, March 6th, 2019

RvB ARTS inaugura a Roma ICONOGRAMMI, dipinti alfabeti, la mostra personale di Massimo Pulini. Vernissage e cocktail: giovedì 7 e venerdì 8 marzo 2019, dalle 18.00 alle 22.00, in Via delle Zoccolette 28, a Roma. La mostra resterà aperta fino a martedì 16 aprile; orari: 11:00-13:30 e 16:00-19:30; domenica e lunedì chiuso

 

LEGGI LA RECENSIONE DELLA MOSTRA
SUL QUOTIDIANO
IL TEMPO
del 9 marzo 2019

Immagine formato jpg ingrandibile contenente Recensione della Mostra Iconogrammi di Massimo Pulini alla Galleria RvB Arts pubblicata sul quotidiano Il Tempo il 9 marzo 2019

 

 
 

RvB ARTS inaugura a Roma in Via delle Zoccolette

ICONOGRAMMI

dipinti alfabeti

la mostra personale di

MASSIMO PULINI


VERNISSAGE e COCKTAIL
giovedì 7 e venerdì 8 marzo
dalle 18.00 alle 22.00
Via delle Zoccolette 28, Roma

La mostra resterà aperta fino a
martedì 16 aprile

orari: 11:00-13:30 e 16:00-19:30;
domenica e lunedì chiuso

Curatrice e organizzazione:
Michele von Büren di RvB Arts

Ufficio stampa:
Caterina FalomoPennarossa PressLab

Testo critico:
Luisa Grigoletto

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COMUNICATO STAMPA

RvB Arts è lieta di presentare ICONOGRAMMI, dipinti alfabeti, la mostra personale dell’artista e storico dell’arte MASSIMO PULINI.

Nelle ultime opere, recentemente esposte anche al Museo Diocesano di Massa, Pulini fa omaggio al potere misterioso e dinamico delle parole e delle immagini quali fattori fondativi nella vita dell’autore. Utilizzando lastre di vetro e di plexiglass, l’artista ha condotto un primo ciclo di 105 opere dipingendo quattro alfabeti – latino, greco, ebraico e arabo, “le colonne del mondo nel quale sono nato e vissuto”, come lui stesso ci dice.

Le raffigurazioni di base corrispondono ai grandi generi della storia pittorica, sono ritratti, nudi, nature morte e paesaggi, un repertorio che Pulini ha frequentato anche nella sua lunga esperienza di storico dell’arte, che lo ha fatto divenire specialista dell’epoca barocca. Le lettere si fondono con i soggetti rappresentati, creando un insieme inedito. L’accostamento di queste due dimensioni, immagine e parola, apporta un nuovo significato e apre a ulteriori narrazioni.

“I caratteri alfabetici – spiega l’artista – sono i simboli di una chimica del linguaggio, che legano i fonemi alle persone, i nomi alle cose. Una lettera è come una figura in posa, può contenere già tutta la parola, l’azione; un intero racconto, prima ancora di averlo letto.”

Massimo Pulini (Cesena, 1958) è titolare della Cattedra di Pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna. Da più di tre decenni svolge un’intensa attività artistica, che lo ha portato ad allestire mostre personali in musei italiani, francesi, inglesi e spagnoli. Nel 2000, invitato da Maurizio Calvesi, ha allestito una propria installazione nella mostra Novecento alle Scuderie del Quirinale.

La carriera artistica di Pulini inizia nei primi anni Ottanta quando prende parte a mostre curate da critici come Calvesi, Italo Tomassoni e Italo Mussa che sono all’origine di gruppi variamente definiti coma Anacronisti, Ipermanieristi o Pittura Colta. Abilità pittoriche di stampo tradizionale e attenzioni alla storia dell’arte creano un mix che ha un forte appeal in un mondo critico e artistico che sta riscoprendo mezzi espressivi ormai abbandonati e si sta incanalando verso un ritorno alla figurazione. La sua ricerca personale ha varie stagioni e si distingue anche per l’utilizzo di numerosi mezzi espressivi, ma costanti rimangono i suoi interessi nei confronti della storia della pittura e della memoria.

Numerose sono le sue partecipazioni a mostre collettive e tra quelle personali si segnalano quelle a Villa Adriana di Tivoli (1997), al Palazzo della Pilotta di Parma (1999), alla Galleria di Arte Moderna e Contemporanea del Comune di San Gimignano (2003), le antologiche della Saline Royale di Besançon (1997) e all’Istituto Italiano di Cultura a Londra (2006). Tra i lavori di maggiore impegno dimensionale si citano la decorazione della volta di una delle stanze degli appartamenti papali in Vaticano (2002) e il velario del Teatro Bonci di Cesena.

In qualità di storico, Pulini ha redatto numerosi saggi sulla pittura italiana del XVI e XVII secolo e curato varie esposizioni museali come le monografiche di Guercino (Milano, Palazzo Reale, 2003-2004; Londra, Dulwick Gallery, 2005) e del Sassoferrato (Cesena 2009). A lui si devono importanti scoperte e nuove attribuzioni che hanno arricchito il corpus delle opere di artisti quali Lorenzo Lotto, Annibale e Ludovico Carracci, Caravaggio, Guercino, Alessandro Turchi, Guido Reni, Simone Cantarini, Guido Cagnacci e numerosi altri. Per la casa editrice Medusa ha pubblicato quattro libri, riuniti nella raccolta La coperta del tempo (2008) e il monologo teatrale Caravaggio, nero fumo (2010). Con le edizioni Carta Canta ha pubblicato due romanzi: Gli inestimabili e Mal’occhio dedicato alla prima stagione artistica di Guercino.

Hanno scritto testi critici su Massimo Pulini: Mariano Apa; Adriano Baccilieri; Paolo Balmas; Rossana Bossaglia; Maurizio Calvesi; Luciano Caprile; Maurizio Cecchetti; Claudia Collina; Rosita Copioli; Roberto Daolio; Andrea Emiliani; Lucia Fornari Schianchi; Franco Solmi; Sabrina Foschini; Eleonora Frattarolo; Giuseppe Gatt; Sergio Guarino; Domenico Guzzi; Sir Denis Mahon; Gianluca Marziani; Gabriello Milantoni; Italo Mussa; Giancarlo Papi; Paolo Portoghesi; Concetto Pozzati; Carlo Ragghianti; Eugenio Riccomini; Lorella Scacco; Claudio Spadoni; Carlo Federico Teodoro; Italo Tomassoni; Marisa Vescovo; Marco Vallora; Claudia Zanfi.

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ICONOGRAMMI dipinti alfabeti
ARTIST’S STATEMENT

Non sappiamo di quanta memoria disponga il nostro cervello, quale capienza possa reggere e quale siano i limiti del ricordare, ma sono convinto, almeno per quel che mi riguarda, che la maggior parte di quell’archivio, sensoriale e razionale, sia occupata da immagini e da parole, dalle tracce prodotte dal senso che ho certamente più usato nella mia vita e da un lascito di pensieri e libri, di letture e discorsi ascoltati, raccolti.

Dunque da una parte concetti depositati in forma idiomatica e dall’altra percetti fissati in immagini o in visioni cinetiche. Sempre che di parti diverse si tratti, come fossero stanze separate di conviventi. Il nostro corpo sarà anche costituito per più della metà di acqua, ma i liquidi amniotici della mia persona sono composti soprattutto da immagini e parole.

Tutto questo impasto tra verbo e visione, tra la vita e l’arte, ha qualcosa a che vedere con la sintesi coniata da Quinto Orazio Flacco: Ut pictura poesis. Soprattutto quando approfondisce quel parallelismo sostenendo vi siano poesie che vengono comprese meglio se viste da lontano come un grande quadro, mentre altre andrebbero osservate da una postazione prossima, quasi interna. Così anche nel campo della pittura vi sono immagini immediatamente accessibili, limpide, mentre altre sono destinate a rilasciare enigmi simili a certi passaggi poetici, a certi scorci della vita.

Al concetto di giusta distanza ho più volte cercato di anteporre una giusta vicinanza nelle esperienze esistenziali, convinto che tutto il vissuto sia un’opera, sia l’opera.

Sono tornato di recente a frequentare il mio primo mondo di stili, che negli ultimi anni avevo conservato ma messo da parte, come una valigia di ricordi nel ripostiglio. Ho provato a declinare quelle forme, quei gesti alla lingua, alle parole usate e sono nati degli alfabeti quasi in modo spontaneo. Dopo averne portato a compimento uno, quello d’uso, mi sono rivolto a idiomi e caratteri differenti, misteriosi dalla mia postazione. Dal Latino sono passato al Greco, poi all’Ebraico e all’Arabo, le quattro colonne alfabetiche che sostengono la parte di mondo in cui sono nato e vissuto.

Alla stessa maniera ho visto nei generi pittorici, del nudo, del ritratto, del paesaggio o della natura morta, una sintesi del nostro repertorio visivo. Le radici grammaticali della visione.

I gesti abituali della pittura sono divenuti lettere, eloquenti e mute, come una luce mossa nel buio, che lascia una scia sfumata, da cometa, dove i caratteri alfabetici diventano i simboli di una chimica del linguaggio, che lega insieme pensieri e persone. Allora una lettera si trasforma in una figura in posa e può contenere già tutta la parola, l’azione; un intero racconto, prima ancora di averlo letto.  Così come le immagini di un volto o di un corpo hanno talvolta il potere di evocare una vita intera.

Accostate insieme, queste complessità condensate, queste cellule di senso, assumono la forma di un enigma, quasi di un rebus da due soldi, costruito per gioco.

Massimo Pulini

* alla memoria di Gilles Deleuze e al suo alfabeto</em

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ICONOGRAMMI dipinti alfabeti

Il rapporto tra immagine e parola ha origini profonde e il loro intrecciarsi si dipana attraverso tutta la storia dell’arte, dalle incisioni su antichi vasi greci, all’iscrizione dialogica nella basilica di San Clemente a Roma, fino ai codici miniati medievali – dove il capolettera include dettagliatissime scene – passando per il Rinascimento (Lorenzo Lotto e Giorgione, solo per citare due nomi). Con le avanguardie del XX secolo (dal futurismo al cubismo, dal dada al surrealismo) si assiste al disfacimento della forma e contemporaneamente ad una vera e propria invasione di lettere e simboli su tele e scritti, fino alla radicale messa in discussione dell’equilibrio tra intervento artistico e testo con il postmodernismo, inizialmente con la Pop Art, ma soprattutto con il concettualismo, e il minimalismo.

Le opere di Massimo Pulini (Cesena, 1958) si inseriscono quindi all’interno di un percorso molto strutturato e articolato, con riferimenti ben precisi. Il suo fare artistico si sviluppa secondo due direttrici: da una parte, Pulini, che è anche storico dell’arte, individua quattro generi fondamentali alla base dell’arte occidentale italiana – il ritratto, il nudo, il paesaggio, e la natura morta. Dall’altra, la stessa pratica pittorica, nella sua naturale evoluzione, lo porta ad esplorare le potenzialità espressive iscritte nel segno: le striature che rigano e storpiano i volti dipinti si tramutano in lettere, come se fossero il risultato di un atto voluto dal soggetto ritratto stesso.

Le lettere che appaiono su ogni lastra (di vetro quelle più piccole, e plexiglas le grandi) appartengono ad alfabeti diversi, quali quello greco, latino, ebraico, arabo, cirillico e aramaico: una sorta di babele letteraria su cui si articolano la storia e la cultura del nostro paese. Nell’esplicitare la similitudine tra immagine e parola, tramite la sovrapposizione delle due, Pulini si colloca nel solco della tradizione oraziana di “ut pictura poesis”, sottolineando il potere di entrambi di evocare storie e creare universi, ciascuno con un proprio metro e misura (e a questo proposito si vedano anche ad esempio gli “alfabetrieri” Bruno Munari, Gilles Deleuze e Luigi Serafini). In questa sintesi di storia e pittura, i generi artistici e i grafemi diventano le colonne portanti dello sviluppo cognitivo dell’individuo e del sapere occidentale: le stesse lettere – i tasselli che formano le parole del discorso che ci permettono di spiegare il visibile – hanno un’origine ideografica e come immagini possono essere interpretate, in quanto segni. Nella loro essenza, rappresentano l’articolazione grammaticale della visione.

La scarna gamma cromatica impiegata – velature e striature di bianco e rosso su un fondo scuro a coprire la trasparenza del materiale di supporto – assieme agli echi iconografici di opere del passato, contribuiscono a dare l’impressione di trovarsi di fronte ad un archivio per addetti ai lavori: una sorta di atlante della memoria delle forme archetipiche in bianco e nero, lo strumento principe per gli storici dell’arte per lo studio iconografico. Nell’eterno ritorno dell’immagine che diventa parola e della parola che, a sua volta, cerca di spiegare e dare un senso all’immagine, si racchiudono la sfida e il paradosso della cultura.

Luisa Grigoletto

Backscape

Tuesday, February 5th, 2019

RvB Arts è lieta di invitarvi a BackScape, la mostra bi-personale di Fabio Imperiale e Kristina Milakovic, che si inaugura la prossima settimana con un doppio vernissage: giovedì 7 febbraio e venerdì 8 febbraio, dalle 18 alle 22 in Via delle Zoccolette 28 a Roma, in associazione con l'Antiquariato Valligiano.Fino al 26 febbraio.

 

PREZZI OPERE

 

 

RvB Arts è lieta di invitarvi a

BACKSCAPE

la mostra bi-personale di

FABIO IMPERIALE
KRISTINA MILAKOVIC

Vernissage e cocktail
giovedì 7 e venerdì 8
febbraio 2019
dalle 18 alle 22

Via della Zoccolette 28
Roma

La mostra resterà aperta fino a
martedì 26 febbraio.
orari: 11:00-13:30 e 16:00-19:30;
domenica e lunedì chiuso.

Curatrice e organizzazione:
Michele von Büren di RvB Arts
Testo Critico: Luisa Grigoletto

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COMUNICATO STAMPA

RvB Arts è lieta di presentare BackScape, la mostra bi-personale di FABIO IMPERIALE e KRISTINA MILAKOVIC.

Il titolo è una fusione delle parole inglesi “back” (schiena) e “landscape” (paesaggio). In un intreccio di analogie e divergenze, Imperiale e Milakovic instaurano un dialogo a distanza fatto per immagini che si snodano tra corpo e paesaggio. Il duro terreno di montagna si mescola con la suadente flessuosità di una schiena, la morbida chioma acconciata, ricca di riflessi, si contrappone a un’esplosione di chiazze di colore stratificate. Le tele dei due artisti possono allora essere viste da una parte come finestre sul macrocosmo naturale e dall’altra come specchi sul microcosmo umano: dal loro incontro e scontro, tra antropomorfizzazione della natura e organicità dell’umano, emerge una cosmogonia complessa e poetica, tutta immersa nel silenzio. Annullati i margini, ogni cosa fluisce nel tutto: la forma si perde e i confini tra mondi si confondono.

Nato a Roma nel 1981, Fabio Imperiale ha studiato come grafico pubblicitario prima di cambiare direzione dedicandosi alla pittura. Imperiale si dedica al mondo femminile per indagarne il lato fragile e sensibile. Utilizzando una cromia sommessa su fondi di colore che sembrano trattenere le tracce del tempo, le immagini affiorano, come ricordi, dal bitume o dal caffè. Il corpo emerge come manifestazione di un gusto, come un territorio fragile e potente, di bellezza inarrivabile che pretende silenzio, pazienza e volontà. Come una montagna alta, di roccia sottratta al ghiaccio, che da tempo l’artista ha cominciato a indagare nella sua arte.

Kristina Milakovic nasce a Belgrado nel 1976 da una famiglia di artisti. Si diploma alla Scuola Superiore di Architettura, frequentando corsi di scultura e iconografia Bizantina. Dal 1996 vive in Italia, dove intraprende gli studi presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze e successivamente si sposta a Roma dove consegue il diploma di laurea in pittura. Con estrema e ricercata sapienza, Milakovic delinea territori indefiniti, provenienti dalle zone più recondite del suo stesso immaginario, e li immerge in un’atmosfera plumbea e onirica. Con il dualismo che spesso ha contraddistinto il suo lavoro, annulla e nasconde la forma, per poi restituirla a tratti, quasi con violenza, suscitando un sentimento di magia straniante che è puro lirismo cromatico.

Creata da Michele von Büren, RvB Arts promuove l’Accessible Art. Scova talenti emergenti e organizza mostre ed eventi con lo scopo di far conoscere l’arte contemporanea in maniera divertente ed informale, rendendola anche ‘abbordabile’ da un punto di vista economico.

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BackScape

Ad un primo sguardo, le opere di Fabio Imperiale (Roma, 1981) e Kristina Milakovic (Belgrado, 1976) sembrano appartenere a due dimensioni completamente separate e opposte. Ma questa antitesi è solo apparente, e di carattere puramente formale – da un lato il figurativismo, dall’altro l’astrazione. In realtà, i due artisti sono collegati da un sentire comune, che emerge potentemente nel punto di incontro e confronto rappresentato da BackScape; il neologismo stesso celebra la fusione tra “back”, schiena, e “landscape”, paesaggio, i due elementi che caratterizzano l’estetica di Imperiale e Milakovic.

In un susseguirsi di rispondenze e dissonanze, Imperiale e Milakovic instaurano un dialogo a distanza fatto per immagini che si snodano tra corpo e paesaggio, il tutto costellato da continui rimandi alla dimensione del ricordo e della memoria. Le tele dei due artisti possono essere viste da una parte come finestre sul macrocosmo naturale e dall’altra come specchi sul microcosmo umano. Il paesaggio, le cui forme sembrano assumere a tratti le connotazioni del riflesso, rispecchiano un vissuto interiore, e, a loro volta, i corpi di donna, visti di spalle, nella loro inafferrabilità e sinuosità, rimandano all’enigma della natura. Un invito a seguire il ritmo delle curve che si rincorrono, come fossero colline, sulla scia di stati d’animo che si inseguono: la morbida chioma acconciata, ricca di riflessi, fa da contrappunto ad un’esplosione di chiazze stratificate di colore metallico. Dal loro incontro e scontro, tra antropomorfizzazione della natura e organicità dell’umano, emerge una cosmogonia complessa e poetica, tutta immersa nel silenzio.

In particolare, la dimensione di temporalità sospesa avvolge e accomuna le opere di Milakovic e Imperiale. I paesaggi di Milakovic, con le loro colature, dove il sotto e il sopra a volte sembrano confondersi, rimuovono ogni riferimento architettonico preciso e identificabile; anche l’impressione che a volte si prova – come di osservare un luogo attraverso una finestra appannata – contribuisce a sottolinearne la componente emotiva (propria del ricordo) piuttosto che quella realistica. L’impossibilità di mettere a fuoco completamente uno spazio familiare (quindi esplorato e mappato) se non per brandelli recuperati dalla memoria, ritorna anche nell’estetica di Imperiale. Sfuggenti, le donne ritratte si sottraggono al contatto visivo con l’osservatore: nella vulnerabilità dei loro corpi nudi, con le spalle rivolte all’osservatore, invitano ad avvicinarsi con delicatezza, come in punta di piedi, come se custodissero un segreto che, anche quando svelato, resterebbe comunque incomunicabile, incomprensibile e inafferrabile nella sua natura più profonda.

Luisa Grigoletto